"Da questa sconfitta fiorirà la futura vittoria. 'L'ordine regna a Berlino!'. Stupidi assassini! Il vostro ordine è costruito sulla sabbia. Già domani la rivoluzione si rimetterà in piedi e con un suono di tromba annuncerà, con vostro profondo orrore: 'Ero, sono, sarò!'"
Rosa Luxemburg, il giorno prima di essere catturata e uccisa.

----------------------------------------------------------------------

Appello a tutti i militanti: Il conflitto, l'organizzazione, la rifondazione comunista: proposte per i Giovani Comunisti

Questo documento, che parte da alcuni compagni nei territori ed è rivolto a tutti i militanti dell'organizzazione , vuole essere un contributo alla discussione sul futuro dei Giovani Comunisti. Siamo fermamente convinti che la ragion d'essere della nostra giovanile sia quella di diventare avanguardia ideale e fulcro della ricostruzione del Partito della Rifondazione Comunista; per fare questo, è necessario da un lato che essa ritorni a prendere forma a partire dai conflitti reali, che con essi si confronti e che in essi si immerga. Dall'altro, che essa incentivi e rivitalizzi il dibattito e la prassi intorno alla rifondazione del comunismo nel nostro paese. Necessità di una militanza attiva e conflittuale, riattivazione della nostra giovanile come struttura organizzata, lotta per la rifondazione comunista: sono questi i punti cui speriamo di aver dato voce in queste pagine. Negli ultimi mesi abbiamo assistito alla costruzione di positive esperienze come le Brigate di Solidarietà attiva in Abruzzo, le iniziative dei Gruppi di Acquisto Popolare e dei comitati anticrisi, che hanno contribuito al recupero delle forme di mutualismo; è però necessario per Rifondazione Comunista e per i Giovani Comunisti andare oltre, porsi come soggetto di conflitto, immerso nelle vertenze sociali ed in costante relazione con esse. Crediamo che un obiettivo per il nostro Partito ci sia, e che sia quello di dare voce e forza ai conflitti, da quelli sul lavoro a quelli del mondo dell'istruzione e dell'antirazzismo, e che questo possa essere fatto solo a partire dalla riscoperta della militanza e del valore del progetto della rifondazione comunista.

I Giovani Comunisti come soggetto democratico e unitario
L'attuale condizione dei G.C., organizzazione decimata nei numeri e che non riesce a sviluppare attività politica, risente di un vuoto di direzione, di organizzazione e soprattutto di proposta politica che ha le sue radici non solo nella scissione dell'Esecutivo vendoliano, ma ben oltre e ben prima. Esso trova origine cioè in una concezione del fare politica, comune alla scorsa dirigenza ma tutt'ora presente in certo ceto politico, basata su logiche di sopraffazione di una parte su un'altra ed esclusione delle voci di dissenso, sulla vocazione al comando a colpi di maggioranza, su “quote” e “conte interne” che mal si conciliano con la prospettiva dialettica ed unitaria che dovrebbe guidare una giovanile comunista. Tuttora, in numerose realtà locali le decisioni degli organismi dirigenti del Partito vengono assunte senza alcuna consultazione collegiale e all’insaputa della base militante. Così le istanze di trasparenza e di informazione, che dovrebbero essere i pilastri su cui si erge la democrazia interna, sono invece eluse per secondi fini da parte del ceto “dirigente”.
Per coloro ai quali sta a cuore la salvaguardia dell'autonomia e dell'esistenza stessa dei G.C., la questione della democrazia del processo decisionale diviene cruciale. Per sopravvivere, e farlo come soggetto autonomo e comunista, i G.C. non possono continuare a privarsi di una strutturale dimensione pluralista che veda un confronto permanente al proprio interno, da condizioni di agibilità piena per i militanti e dalla pratica sostanziale della democrazia ad ogni livello, a partire dai territori. Il cambio di marcia che ci aspettiamo in questa direzione deve realizzarsi a partire dalla conduzione dei lavori della prossima Conferenza giovanile e dalla formazione dei gruppi dirigenti: abbiamo il dovere ed il diritto, per il bene dell'organizzazione e della nostra militanza, di richiedere che si vada a conferenza seguendo un percorso unitario, che conduca ad un documento unico a tesi aperte; qualora invece si dovesse andare a documenti contrapposti, il dibattito verrebbe ideologizzato e logorerebbe ulteriormente la nostra organizzazione in una logica di contrapposizione. Soprattutto, abbiamo il diritto ed il dovere di richiedere e di proporre che gli organismi dirigenti che si formeranno, sia in sede centrale che sui territori, adottino una rappresentanza democratica e plurale, che ricerchi sempre una linea politica di sintesi ed unitaria. L’articolazione in tendenze, quando arricchisce di proposta e di elaborazione, è un'opportunità per un Partito; non lo è lo scontro di componenti blindate che antepongono il proprio interesse a quello del Partito e che contribuiscono così ad alimentare lo svaso di militanti. Proprio per questo dobbiamo lavorare alla formazione di una linea politica ed una gestione unitaria, poiché è l'unitarietà l'unico modo per assorbire tutte quelle energie valide e disponibili al di là dei ragionamenti di fazione. Fin troppo spesso per i posti di responsabilità , ad ogni livello della nostra organizzazione, vengono calati dall’alto nomi di compagni “fedelissimi” alla linea delle maggioranze, spesso e volentieri senza tenere in considerazione le loro reali capacità o attitudini. Riteniamo invece che nessuna esclusione dalla vita politica possa essere applicata in modo arbitrario, e che nessuno possa essere interdetto dalla militanza e dalla partecipazione a qualsiasi spazio organizzativo nel Partito – ivi compresi gli organismi dirigenti - sulla sola scorta delle proprie posizioni o dell'appartenenza a questa o quella componente. Unici criteri di valutazione ammissibili sono, a nostro parere, l’impegno militante, le attitudini, il senso di responsabilità nell'applicazione della linea politica democraticamente stabilita, la lealtà verso il Partito tutto, la reale rappresentanza sul territorio e nei luoghi di lavoro.

I Giovani Comunisti come soggetto autonomo e conflittuale
I lavori della Conferenza ci coinvolgeranno proprio durante un autunno “caldissimo”. La nostra organizzazione non dovrà perciò dimenticare nel frattempo i molteplici conflitti che esploderanno, dalla vertenza dei precari della scuola alle lotte operaie e lavorative in generale, al movimento studentesco, al quadro di progressiva segregazione dello straniero; riteniamo che, per ricostruire i G.C. e rilanciare il progetto originario della rifondazione comunista, l'elemento cruciale della militanza vada curato come che quello della gestione interna. I G.C. devono ricostruirsi non attraverso dibattiti astratti dai processi reali, ma calandosi nella realtà del conflitto come soggetto autonomo e fautore di proposta politica ed organizzativa tra i movimenti. Riteniamo di dover rifiutare qualsiasi deriva liquidatoria che “disciolga” i G.C. nei movimenti, senza identità né fine di azione all'interno di essi, se non quello di seguire strumentalmente il naturale flusso dell'attenzione mediatica rivolta ad essi. Fa parte del nostro dovere di comunisti mantenere la vitalità dei movimenti; d'altro canto, per garantirne autonomia e pluralismo, vanno condannati quegli atteggiamenti di chi agisce sul piano istituzionale senza un collegamento con le lotte alla base della società. E’ bene tornare a ribadire che i movimenti non vanno intercettati o utilizzati come fatto di potere contrattuale. Essi rappresentano una critica al verticismo ed alle tendenze bipartitiche, che blindano la rappresentantività del nostro sistema istituzionale. Se si allontanano anche dai referenti politici “naturali” come il P.R.C., ciò si deve in primo luogo ad una strumentalizzazione nei loro confronti, cosa che si è vista sul campo anche da parte della precedente gestione dei G.C., un'organizzazione che parlava del conflitto ma che a tutti gli effetti, con le mani legate dagli impegni governativi, si dimostrava tutt'altro agli occhi della gente comune. Il nostro ruolo da G.C. è di farci strumento di autorganizzazione e motore dei movimenti di lotta, fornendo quel salto di qualità che serve loro a radicalizzarsi e quindi a condividere il nostro progetto politico.

Il marxismo come strumento d'analisi della realtà
L'errore decisivo del vecchio gruppo dirigente, che ha diretto la nostra organizzazione riducendola ad un colabrodo, è stato quello di voler liquidare il comunismo descrivendolo come una montagna di errori ed orrori. Pur avendo svolto un ruolo positivo nella partecipazione ai movimenti anticapitalisti (Genova 2001 e Firenze 2002), il gruppo dirigente non ha elaborato un vero ruolo politico per i G.C.. La nostra organizzazione è stata proiettata in una spirale ideologica che, da un lato, tentava sponde organiche con le frange dei Disobbedienti, dall'altro appoggiava la partecipazione al governo Prodi, riducendo tutto ad un problema di “governance” e non di linea politica, e ciò all'unico scopo di produrre consenso verso la figura del “capo carismatico” Bertinotti. Di fatto, i G.C. sono stati ridotti alla stregua di una formazione liberal, che sosteneva soltanto battaglie per i diritti civili, senza impugnare con forza i temi del lavoro, del diritto allo studio e dell'integrazione, col risultato di emarginarci dai conflitti sociali fino a condurre alla nostra estromissione. Ne è esempio il movimento dell'Onda, dove la nostra organizzazione, colpevole di una mancanza di radicamento nei luoghi di studio (ad esclusione di isolate realtà locali), è stata sostanzialmente assente dal conflitto e criticata da più parti.
La nostra è invece l'unica organizzazione politica giovanile di sinistra presente sul territorio nazionale che potrebbe contrastare le politiche del governo Berlusconi ed il senso comune che la destra ha prodotto fra i giovani. I G.C., che hanno una storia ed una tradizione fortemente radicata nel conflitto, devono ripartire dall'esigenza di costruire un argine alla deriva reazionaria, impegnandosi nella difesa del diritto allo studio e partecipando nelle lotte contro il razzismo, il precariato e lo sfruttamento. Per ottenere ciò, però, riteniamo centrale che i G.C. assumano come riferimento ideologico il marxismo ed il leninismo, intesi non come una mera rivendicazione identitaria e dogmatica, ma come degli strumenti che ci aiutino a interpretare i processi del capitalismo. Per i G.C. il marxismo dev'essere uno strumento di analisi concreta della realtà, tramite il quale leggere le contraddizioni del sistema capitalista, sviluppare un forte radicamento tra le giovani generazioni, comprendendone l'alienazione politica e sociale e contrastando attivamente, tanto sul piano politico quanto su quello culturale, lo sfondamento della destra reazionaria e neo-fascista. Ragionare in termini marxiani e marxisti non significa del resto assimilare nozioni dogmatiche e superate; significa, anzi, rafforzare la propria consapevolezza e la propria coscienza per una critica, un’elaborazione rivoluzionaria e una proposta efficace nella lotta per l’emancipazione degli oppressi.

Vogliamo un Partito che sia un “intellettuale collettivo”
Conoscere la storia del movimento comunista internazionale è fondamentale, analizzarne gli errori e le degenerazioni è giusto ed opportuno, ma ciò va fatto stando attendi a non cadere in facili revisionismi facendo semplicemente il gioco di chi ha come unico obiettivo quello di rendere inoffensivi i comunisti e le loro battaglie. Ritornare a leggere la storia secondo i criteri del materialismo storico, abbandonando un certo finto idealismo che purtroppo in questi anni ha permeato anche la nostra organizzazione, è dunque imprescindibile; solo così potremo comprendere determinati processi e tentare di anticipare alcune dinamiche, elaborando di conseguenza una linea politica efficace, realistica e di prospettiva. Proprio per questo sentiamo l'impellente necessità di chiedere, sia al Partito che alla nostra giovanile, la creazione di percorsi di formazione politico-teorica: la nostra organizzazione ha infatti necessità di formare quadri dirigenti capaci di comprendere le dinamiche storiche e sociali, nonché di offrire a tutti i militanti quegli strumenti di analisi utili per leggere la realtà. Abbiamo cioè bisogno di un partito che si faccia di nuovo “intellettuale collettivo”, secondo la concezione di Gramsci per cui tutti i soggetti della produzione materiale ed intellettuale, dall'operaio al docente universitario, divisi e contrapposti dal capitalismo, possano comporre una lettura critica dell'intera società borghese ed elaborarne il superamento. Allo stesso tempo, la nostra organizzazione non può concentrare le proprie energie soltanto sul dibattito ideologico, divenendo una formazione sterile ed ultra-identitaria, ma deve proporre il proprio intervento in tutti i contesti di conflitto giovanile.

Le istituzioni e la rappresentanza di classe
Altro aspetto che coinvolge i G.C. concerne il rapporto che questi devono avere con le istituzioni, dopo l’appiattimento istituzionale che ha portato Rifondazione Comunista lontano da un contatto reale con la società e il conflitto. Crediamo che la considerazione che un partito comunista e la sua componente giovanile debbano avere delle istituzioni sia quello di mezzo per la rappresentanza degli interessi e delle istanze di classe, senza che questo possa esaurirne l’attività politica. E' indispensabile per noi chiarire tale elemento, poiché legato a ciò sta il fatto che i G.C. per troppo tempo sono stati preda di fenomeni di arrivismo, carrierismo e autoreferenzialità dei gruppi dirigenti. Purtroppo, nonostante la scissione, simili derive sono ancora presenti e mettono in discussione il senso stesso dell’esistenza di una componente giovanile nel P.R.C. . Esistono due opzioni ugualmente aberranti: una fortemente identitaria, che però nasconde forti spinte burocratiche e moderate volte esclusivamente ad afferrare posti di potere in una struttura in stato comatoso; un’altra prettamente liquidatoria, erede della linea tenuta dal fuoriuscito Esecutivo Nazionale che, dietro un movimentismo praticato solo a parole, celava l’intento di liquidare la nostra struttura ed il suo patrimonio ideale in omaggio alla costruzione di un indefinito contenitore della sinistra unita buono solo come stampella sinistra del P.D. . La deriva istituzionale ha portato Rifondazione Comunista ad abbandonare i luoghi del conflitto ad altri soggetti come il sindacato ed i movimenti, ed i G.C. a diventare una struttura sconosciuta ai più e adatta soltanto a trampolino di lancio per ottenere cariche di partito. Tutto ciò non è più tollerabile, ed è indispensabile lavorare perché i G.C. riscoprano il compito cardine di ogni comunista, quello della militanza attiva. Questo, peraltro, ci porta a considerare i rapporti da tenere con le altre forze politiche d'opposizione. Riteniamo urgente per la nostra stessa sopravvivenza come Partito affermare una linea di forte autonomia dal P.D. e dal centrosinistra, poiché questo esprime delle posizioni subalterne ed accondiscendenti rispetto a quelle delle destre, e che in ultima istanza riflettono gli interessi del padronato.

Politicizzare il conflitto capitale-lavoro
In un quadro economico disastroso, che in Italia si complica per la presenza del governo più reazionario dal Dopoguerra ad oggi, e che ci consegna un livello estremamente alto di tensione sociale, emerge decisamente la necessità di una forza comunista capace di offrire un'alternativa di società e di sviluppo radicalmente diverse. In questo senso l’unico modo per garantire la sopravvivenza del P.R.C. e dell’idea comunista in Italia è tornare alla centralità del lavoro, rilanciare il radicamento sociale del Partito e la sua presenza nei luoghi del conflitto. Di fronte alla enorme massa di licenziamenti causati dalla crisi, la sempre maggiore precarizzazione del lavoro, la piaga endemica del lavoro nero, le continue morti sul lavoro, è tempo che il Partito ed i G.C. in testa tornino al loro ruolo di motori del conflitto capitale-lavoro. Milioni di giovani sono ormai costantemente posti in una condizione di ricattabilità rispetto al capitale tramite lo strumento del lavoro precario che, promosso da svariate riforme, ha frammentato la capacità contrattuale e rivendicativa dei lavoratori. La sinistra ed il sindacato finora non hanno saputo rispondere a questa condizione, che attiene ad una complessiva ristrutturazione del mondo del lavoro nel nostro Paese ed nel resto del mondo. Per i G.C. ed il Partito la lotta contro il precariato ed il lavoro nero, elementi specifici del più complessivo conflitto tra capitale e lavoro, dev'essere quindi una battaglia da far vivere in stretta connessione con le vertenze salariali degli altri lavoratori. Soltanto unendo tutte le lotte, dei precari, dei nativi e degli immigrati, è possibile perciò ricostruire un nuovo movimento degli operai e dei lavoratori che sia antagonista al capitale.
L'esperienza felice della INNSE e l'effetto domino che ha seguito, assieme con le lotte dei precari della scuola, segnalano un alto livello di tensione del conflitto, pronto ad accentuarsi in questo autunno. Ciò è necessario ma non sufficiente. Come Partito comunista è indispensabile infatti che interpretiamo la tensione che cresce fra i lavoratori, che si esprime essenzialmente su un piano di rivendicazione economica, lavorando per elevarne la coscienza politica. Se vogliamo raggiungere questo risultato, i G.C. dovranno impegnarsi su due fronti: da un lato, mettendo al centro del processo politico e decisionale i lavoratori; dall'altro, creando delle forme di coordinamento tra i compagni presenti in luoghi di lavoro con vertenze simili, al fine di condividere ed improntare strategie non solo efficaci sul momento, ma che diano una prospettiva di lungo periodo. Questo percorso dovrà porre le basi per la costruzione di una rete dei lavoratori comunisti in seno alle organizzazioni di massa, a cominciare dal sindacato. Socializzare le lotte per ricreare una coscienza di classe nell'attuale deserto sociale: questo l'obiettivo che riteniamo di doverci porre perché la nostra risulti un'organizzazione che può ancora offrire un valido contributo al conflitto.

Lotta antifascista e difesa dell'istruzione pubblica
Bussola imprescindibile di tutta l’azione politica dei G.C. dev'essere l’antifascismo, sia come riferimento politico-culturale sia come pratica sociale, che si riconnette alla natura anticapitalista dell’organizzazione giovanile comunista. La condivisione dei valori antifascisti è, oggi più che mai, doverosa e necessaria. In primo luogo per contrastare chi, con una continua opera di revisionismo, tende a svilire di significato quel patrimonio di idee che ereditiamo dalle lotte di emancipazione delle classi subalterne. In secondo luogo perché la necessità di una nuova militanza in questo senso è dimostrata dagli ultimi, e sempre più frequenti, episodi di neo-fascismo, che si declinano nel vecchio cancro xenofobo, razzista, classista ed omofobo. Il valore fondante dell’antifascismo non deve perciò essere trasformato in semplice momento cerimoniale, ma diventare caposaldo dell’azione politica. I G.C. devono tornare a porsi come la principale forza di opposizione alle ondate reazionarie e neofasciste in tutte le varie forme di lotta, partendo, ad esempio, dal farsi promotori di coordinamenti antifascisti. Non va poi dimenticata la necessità di un sempre più forte sostegno – e conseguentemente una capillare campagna d’iscrizione – alle varie sezioni ANPI, per dare nuovo protagonismo ai giovani all’interno dell’associazione.Ambito d’iniziativa contingente dev'essere la scuola, dove i G.C., tramite l’antifascismo e vigilando contro le spinte anti-politiche, devono essere capaci di unire e al contempo caratterizzare fortemente i movimenti studenteschi che avranno vita nei prossimi mesi. La scuola rappresenta per ogni Partito Comunista un ambiente naturale, secondo solo alla fabbrica, in cui rintracciare tensioni al rinnovamento, come testimonia seppur contraddittoriament e il fatto che l'ultimo grande movimento di massa in Italia sia stato appunto quello studentesco dello scorso autunno. Nel sistema scuola troppe sono le contraddizioni che le esigenze del capitalismo esasperano: la situazione insostenibile dei docenti precari, edifici spesso fatiscenti, dispersione scolastica, libri, strumenti e servizi costosi a carico degli studenti, limitazioni al diritto di sciopero o di espressione, disincentivazione della ricerca, discriminazioni e baronie. I Giovani Comunisti purtroppo hanno smarrito da tempo una posizione di visibilità e riferimento all’interno del conflitto: essi invece devono contribuire alla ricostruzione del conflitto accompagnando le contestazioni che si accendono ed evolvono in modo spontaneo a partire dalle realtà di movimento. Queste, tuttavia, non possono autonomamente assicurare un livello di conflittualità costante ed elevata, essendo soggette per loro stessa natura ad andamenti ondivaghi. Con le mobilitazioni di questo autunno i G.C. si troveranno di fronte un’occasione importantissima per dispiegare forze non solo fisiche, ma anche logistiche e soprattutto intellettuali. È fondamentale che la nostra giovanile si riorganizzi e radichi nelle realtà non solo universitarie ma anche medie superiori, supporti i movimenti offrendo spunti di conflitto e di lotta sociale, contribuisca attivamente alla costruzione, o ri-costruzione, di collettivi antifascisti in difesa dell’istruzione pubblica che assumano un ruolo di coordinamento e continuità del movimento. È infine di vitale importanza che i Giovani Comunisti agiscano nelle provincie e nelle metropoli con unità di intenti e in relazione tra loro, che trovino interlocutori con cui costruire un nuovo modello di movimento non più soggetto agli alti e bassi dell’attenzione mediatica. Soltanto immergendoci nei conflitti possiamo conquistarci la fiducia di coloro che sono disposti a diventare i nostri compagni nella lotta, della quale spetta a noi ricordare quale sia la direzione. Diviene quindi di fondamentale importanza porre le basi per un nuovo radicamento della nostra organizzazione politica fra gli studenti medi ed universitari, tentando di costruire delle forme di coordinamento più ampie con tutte le realtà che si battono in difesa del diritto allo studio e della scuola pubblica, a partire dai docenti precari, che sono in lotta per la difesa del posto di lavoro e per la qualità dell'istruzione. Ancora più importante sarà il ruolo dei G.C. e del Partito nel saper legare tutte le lotte dei lavoratori a quelle degli studenti, per costruire un fronte comune contro il Governo Berlusconi. Per una scuola democratica, pubblica, laica, anticlassista, inclusiva e multiculturale, in una parola sola antifascista.

L'unità si costruisce a partire dalle lotte
La conflittualità dei prossimi mesi sarà anche un banco di prova più ampio, per tutti i comunisti e la sinistra anticapitalista, che dovranno offrire un proprio contributo nel conflitto di classe e dare una risposta adeguata all’attacco governativo e confindustriale. L'argomento è dunque collegato al tema dell'“Unità dei comunisti”, che occupa e coinvolge nel dibattito anche la nostra organizzazione giovanile. Riteniamo che l'argomento sia importante e la discussione necessaria, ma che esso non vada affrontato con mere operazioni politiciste, bensì partendo dalla costruzione congiunta del conflitto di classe e dalla convergenza sui contenuti. Ad oggi l’unificazione tra i soggetti del P.R.C. e del P.d.C.I. non è sufficiente per ricostruire un partito comunista o tantomeno un’organizzazione giovanile di partito che sia degna di questo nome; questo approccio organizzativista scavalca completamente la necessaria ridefinizione di un progetto che richiede una base teorica oltre che pratica. In numerose realtà locali infatti il rapporto tra queste due forze è estremamente delicato sia per le differenti posizioni assunte sulle varie vertenze locali, sia per la collocazione del P.d.C.I. che si fin troppo spesso non si dimostra né autonomo né tantomeno alternativo alle scelte di governo spesso scellerate del P.D.; il P.d.C.I. ha inoltre sempre espresso un atteggiamento piuttosto diffidente nei confronti dei movimenti dal basso sui territori. E’ essenziale, quindi, che queste differenze di metodo e di merito vadano chiarite intorno al progetto per la Rifondazione comunista in Italia e che ci sia unità a partire dalle lotte della base dei partiti nei territori.
La convergenza sui contenuti va fatta a partire dalla creazione innanzitutto di un fronte unitario delle forze comuniste e della sinistra anticapitalista su obiettivi comuni: tenuta democratica contro un attacco frontale, che punta alla fascistizzazione di tutta la società; rivendicazioni politiche e sociali dei lavoratori, che rischiano di pagare due volte la crisi (la prima da licenziati e la seconda con un’ulteriore compressione dei diritti sociali e civili); lotta antimperialista; autonomia dal P.D. e dal centrosinistra. In passato sono stati commessi errori dando vita a formule organizzative con chiaro intento elettoralista e poco lungimiranti nella strategia. In tal senso, fermo restando che la costruzione di un polo della sinistra d'alternativa costituisce un'esigenza obiettiva alla luce delle attuali dinamiche di conflitto e degli effettivi rapporti di forza esistenti, crediamo che a proposito della proposta della Federazione della Sinistra d'Alternativa si debbano chiarire diversi aspetti su principi ed obiettivi. Evitando in tutti i modi che, da un lato, essa precipiti nella costruzione di un soggetto unico di ascendenza arcobalenista e che, dall'altro, costituisca una fuga organizzativista a problemi che, invece, attengono in primo luogo alla capacità di iniziativa politica e di radicamento sociale. Riteniamo che il P.R.C. debba essere protagonista di tale percorso, facendo sì che la federazione dia vita ad un tavolo per costruire una piattaforma di resistenza contro la crisi e Confindustria, nonché di lotta contro le politiche del Governo Berlusconi. Una tale piattaforma, oltretutto, per essere credibile dovrà essere stabilmente alternativa al bipolarismo che oppone il modello neo-liberista del P.D. a quello reazionario del P.D.L. .
Guardando in prospettiva ad un'azione comune dei comunisti, crediamo che questa possa realizzarsi in maniera duratura e valida solo se i vari soggetti coinvolti definiranno che cosa significhi portare avanti le lotte e gli ideali dei comunisti nel XXI secolo, solo cioè avviando un processo di confronto a lungo-medio termine che sia onesto, sincero e meticoloso, alla ricerca di una sintesi unitaria tra le sensibilità dei diversi compagni, mentre le basi dei partiti in questione lottano assieme per la tenuta democratica in Italia; solo così potrà esistere in futuro un vero partito comunista rifondato, con una dirigenza ed una base all'altezza dei compiti e delle lotte da portare avanti negli anni a venire.

Il recupero del progetto originario della rifondazione comunista
Gli obiettivi che abbiamo fin qui descritto, di cui Rifondazione Comunista e i G.C. hanno il dovere di farsi carico, rendono quindi ancora più imprescindibile l'esigenza del recupero del progetto della rifondazione comunista, sia sul piano politico - nella ricerca di una nostra linea strategica e tattica - sia nella coscienza e nel sentire della gran parte dei militanti e sia, infine, per la complessità delle domande che emergono dall'attuale realtà sociale e per la difficoltà delle risposte da formulare. Per attuare il progetto della rifondazione comunista è necessario aprire un tavolo di confronto tra i compagni di base del nostro partito, discutendo a partire dalla linea politica e tendendo ad una graduale sintesi delle posizioni interne; solo dopo aver stabilito una linea ed un progetto unitario attorno alla rifondazione comunista sarà infatti possibile aprire il dibattito con le diverse formazioni comuniste. Bisogna dare finalmente testa e gambe alla “svolta a sinistra”, per la quale serve il rafforzamento e la riorganizzazione del nostro Partito in funzione dei territori, che riparta dai Circoli e quindi dalla nostra base, riattivando per quanto riguarda la nostra giovanile i coordinamenti territoriali, provinciali e regionali perché il dibattito e la decisione siano finalmente democratici. Abbiamo la piena consapevolezza che questo non è un progetto semplice, richiede un deciso salto di qualità nella nostra elaborazione politica e quindi nella definizione delle nostre prospettive future. A maggior ragione pensiamo che i G.C. debbano essere rilanciati come il fulcro del Partito e porsi come il cuore dell’opposizione studentesca, ricollegando anche le lotte fatte dai giovani a quelle fatte dai compagni già inseriti nel mondo del lavoro, ricomponendo l’alleanza storica tra gli studenti e la classe dei lavoratori, nelle sue articolazioni tra “antico” lavoro stabile e “nuovo” precariato.
Per info e adesioni: giovani.comunisti. appello@gmail. com

Assunto dal Coordinamento provinciale dei Giovani Comunisti di La Spezia

Solidarietà con la Rivoluzione Cubana


Nel corso della riunione dei partiti membri ed osservatori che compongono il Partito della Sinistra Europea, tenutasi a Roma gli scorsi 17 e 18 aprile, è stata approvata una mozione di solidarietà con il popolo cubano, in occasione del 50mo anniversario della Rivoluzione Cubana. Ne riportiamo il testo.


Il Partito della Sinistra Europea manifesta al popolo cubano tutta la sua solidarietà ed amicizia in occasione della celebrazione del 50mo anniversario della Rivoluzione Cubana.La Rivoluzione Cubana ha migliorato concretamente la vita del popolo cubano, costituendo un esempio di resistenza nazionale e rappresentando una speranza per i popoli che lottano per la liberazione in tutta l'America Latina e in altri continenti del mondo. In tutti questi anni, il popolo cubano ha resistito a tutti gli attentati alla sua indipendenza, alla sua libertà ed al suo progetto socialista. Ha respinto gli incessanti assalti da parte degli Stati Uniti, ma anche dell'Unione Eruopea e di altri paesi europei su molti fronti: militare, economico, finanziario e propagandistico.

Camorra. Non un fenomeno antisistemico, ma conseguenza stessa del capitalismo

Siamo abituati a vedere la camorra e le altre forme di criminalità organizzata come un fenomeno antisistemico, e forse anche i giovani affiliati ai clan (mi riferisco a quelli che si trovano in fondo alla piramide) hanno questa concezione. Invece non è cosi, ed il riferimento non è solo ai fenomeni di corruzione o di vicinanza con certa “politica”, il ragionamento è molto più ampio.

Tuttavia prima di arrivare ad un analisi generale è opportuno dedicare un po’ di attenzione alla situazione particolare che quotidianamente vivo, la situazione della mia terra: Napoli.

Dalle mie parti, soprattutto in periferia, è facile imbattersi in una serie di piccoli comuni soffocati dal cemento. Per anni la parola d’ordine è stata: costruire, e si è costruito, con piani regolatori ad hoc che invece di puntare sulla vivibilità delle città, hanno mirato solo ed esclusivamente a fare aumentare i profitti dei grandi costruttori, di frequente legati ad interessi di stampo camorristico. Cosi, con il passare degli anni, la speculazione edilizia non solo ha creato accozzaglie di cemento dove è impossibile condurre una vita decente , ma è andata a riempire le casse della camorra. Sarebbe però ingenuo pensare che il giro di affari si ferma qui. I guadagni sono innumerevoli e il più delle volte quelli più redditizi sono ignorati dalla stragrande maggioranza delle persone, che ha ancora l’idea, molto lontana dalla realtà, del “camorrista da fiction”. C’è però un'altra questione che è importante toccare: Il dato elettorale e la forte influenza della criminalità organizzata sulle giunte locali (soprattutto quelle meridionali). Basta analizzare i dati di ogni tornata, per accorgersi che insieme ad alcuni personaggi “politici” si muovono anche grandi fette di elettorato, ciò a significare come sia forte l’influenza dei clan in alcuni territori e come questi riescano ad orientare le politiche delle varie giunte. Senza alcuna difficoltà, è possibile affermare che nella stragrande maggioranza dei consigli comunali del Meridione, gli interessi della camorra o comunque delle varie mafie trovano sempre un rappresentante diretto. Fortunatamente, in alcune circostanze, i rapporti di forza politici sono sfavorevoli alle organizzazioni criminali, ma anche quando queste ultime non sono particolarmente forti, segnano comunque la loro presenza e ad ogni passo tentano di deviare il percorso dell’amministrazione.

Pensare di risolvere questi problemi con la repressione e con gli eserciti è qualcosa di folle. Il problema è, infatti, culturale, ma soprattutto sociale. Interi territori lasciati al degrado più totale non possono che essere terreno fertile per i clan e per la loro opera di reclutamento. Mi limito a fare un solo esempio per dimostrare come una deriva culturale e sociale possa spianare la strada a queste organizzazioni, parlando dell’Ilva di Bagnoli e più in generale del quartiere operaio che era ad essa collegato. A Bagnoli, la camorra, era praticamente assente. Il livello culturale medio era piuttosto elevato e i lavoratori avevano un tenore di vita rispettabile. Poi un giorno si decise che quella doveva diventare una zona turistica e che quella fabbrica (che grazie all’impegno e al lavoro dei suoi operai era diventata l’orgoglio del mezzogiorno), doveva essere chiusa, e cosi si avviò la dismissione. L’impatto sociale fu tremendo, una vera e proprio macelleria di cui, ancora oggi, si pagano le conseguenze; ma quello che mi interessa sottolineare e che da quel giorno la camorra iniziò ad entrare anche a Bagnoli. Ma torniamo alla questione più generale e cioè la camorra vista non come un movimento antisistemico. In una società capitalistica basata sull’accumulazione di capitale, che pone al centro non il benessere della collettività ma l’aumento del profitto, è naturale che si sviluppi un pezzo di mercato illegale, che si muove nell’ombra e cerca di trarre vantaggio da tutto ciò. Il camorrista è, in tal senso, prima di tutto un imprenditore e se in una economia di mercato l’unica cosa che conta è battere la concorrenza, ogni mezzo diventa lecito. Dunque le mafie non si pongono in opposizione al capitalismo, ma sono una sua diretta ed inevitabile conseguenza. Ecco perché la criminalità organizzata non interessa solo alcune area geografiche (dove magari e più visibile) ma è un fenomeno globale. Nonostante questo non può mancare la fiducia che un giorno la barbarie capitalista finirà e con lei tutte le barbarie ad essa collegate.

di Beniamino Simioli - Comitato di Gestione dei Giovani Comunisti di Napoli
pubblicato anche su: www.sinistracomunista.it

Documento GC Napoli

Di seguito il Documento approvato all'attivo (06/04/2009) dei Giovani Comunisti di Napoli:

Giovani Comunisti di Napoli – come uscire dalla crisi

Bilancio dell’organizzazione

Un giudizio complessivo dell’attività dell’organizzazione dei Giovani Comunisti di Napoli va dato innanzitutto alla luce dei processi reali in atto nel nostro Paese negli ultimi mesi, dell’atteggiamento dei GC nelle lotte sociali, degli avvenimenti che hanno recentemente coinvolto il Partito della Rifondazione Comunista. Alcune evidenti lacune dell’organizzazione, sia nelle modalità di azione nella società che in quelle organizzative e di partecipazione, vanno evidenziate.
Il primo punto riguarda il comportamento che i GC hanno assunto rispetto al movimento studentesco dello scorso autunno. Di fronte ad un fenomeno di massa che non ha precedenti nella nostra storia recente, e che ha costituito per molti giovani la prima esperienza di partecipazione politica, i GC hanno scelto una presenza “liquida”, non strutturata. Nonostante da singoli moltissimi Compagni e Compagne si siano spesi a fondo nel movimento studentesco, riconoscendo in questo un fenomeno di estrema importanza, la nostra assenza come struttura organizzata ha impedito che i GC potessero apportare contributi specifici al dibattito. E' infatti mancato un soggetto, quale avrebbero potuto e dovuto essere i GC, che si adoperasse per costruire una connessione forte tra le istanze degli studenti e quelle dei lavoratori, che in quello stesso periodo vedevano realizzarsi i primi attacchi ai loro diritti. Ed invece, ad opera di quelle strutture politiche preesistenti che si sono poste alla sua direzione, il movimento studentesco si è tinto di venature autoreferenziali e “studentiste”, che ne hanno fatto rapidamente scemare la portata.
Il secondo limite degli ultimi anni di attività dell’organizzazione si attesta al livello del conflitto capitale/lavoro. Pur avendo fatto delle questioni della precarietà un punto fermo del dibattito politico, la struttura dei GC non si è realmente impegnata in un lavoro cosciente verso i posti di lavoro, dalle grandi fabbriche ai call center, fino ai lavoratori dell’università. Questo appare tanto più pericoloso e dannoso per la nostra organizzazione in un momento di recessione economica come quello attuale, e in una realtà come quella napoletana, con l’intero settore industriale in piena crisi.
Un’ulteriore falla va rilevata nelle modalità organizzative e nel deficit democratico della struttura, che troppo poco si è spesa per assicurare il coinvolgimento delle realtà territoriali e dei militanti di base, determinando una sostanziale compressione degli spazi di dibattito partecipato e di elaborazione politica.
Su tutto ciò, si è abbattuta drammaticamente la scissione ad opera della cordata Vendola-Migliore-Giordano. Per i Giovani Comunisti di Napoli, questa ha significato il crollo degli organismi dirigenti, con il quasi azzeramento dell’Esecutivo e del Coordinamento Provinciale. Vale la pena notare che molti dei GC che hanno abbandonato l’organizzazione sono usciti dal Partito non per seguire il progetto Vendola, ma su una terza linea di stampo disobbediente e post-ideologico. Ed è questa una sconfitta per un’organizzazione giovanile che si definisce comunista, e che dovrebbe impegnarsi nel sostenere la validità della forma-partito come modalità di partecipazione democratica alla politica.

Fase politica e proposte per rilanciare i Giovani Comunisti

Il contesto sociale, politico ed economico in cui ci troviamo richiede, ora più che in passato, un impegno ingente. In un Paese in piena crisi economica, e dov’è a rischio la stessa tenuta democratica e civile, non possiamo permetterci di rimanere inattivi.
La svolta a destra è la risposta che il Governo Berlusconi ha fornito alla crisi economica. I tagli previsti per il settore delle scuole e delle università si inseriscono all'interno di un più ampio progetto di smantellamento dello Stato sociale, a cui si è accompagnata una netta compressione dei diritti economici, politici, civili, individuali. L'autoritarismo del governo si manifesta in maniera sottile ma determinata nei confronti dei lavoratori, delle loro lotte e dei loro diritti già duramente colpiti sul fianco economico della crisi. In quest'ottica, i continui attacchi mediatici e legislativi ai dipendenti pubblici e i provvedimenti sul diritto di sciopero si configurano come i mezzi con i quali si tenta di arginare la portata delle loro istanze conflittuali. L'autoritarismo è invece tendenza più palese, legandosi allo spettro securitario, nelle nuove norme sui migranti, come l’introduzione delle ronde, la schedatura di rom e senzatetto, l’obbligo per i medici di trasformarsi in delatori. Norme che hanno provocato, anche sul nostro territorio napoletano, lo sdoganamento di un pericolo senso comune intollerante e il verificarsi di inquietanti fenomeni di aggressività e violenza verso lo straniero.

E’ proprio a partire da queste emergenze che i GC devono ritrovare una linea politica solida e condivisa, a partire dalla quale costruire iniziative e mobilitazioni, per portare contributi politici ed organizzativi specifici all’interno delle lotte.
Riteniamo che la nostra attività vada dunque focalizzata su alcuni settori:

- il conflitto capitale/lavoro, dove l'impegno dei GC dev'essere di assoluto sostegno alle lotte di tutti quei giovani lavoratori troppo spesso abbandonati da partiti e sindacati, facendo attenzione alle vertenze territoriali come quella del plesso di Pomigliano d’Arco, dove la crisi sta mettendo a rischio i redditi di circa ventimila famiglie e la percentuale dei lavoratori con meno di 29 anni raggiunge picchi del 27% (caso Fiat).

- la rivendicazione delle tematiche dell'antifascismo, impegnandoci per la costruzione di un’iniziativa di mobilitazione per la giornata del 25 aprile, per rivendicare la Resistenza non soltanto come lapide da commemorare, ma come esperienza più che mai attuale;

- la ripresa del conflitto studentesco, non soltanto universitario ma anche degli studenti medi: facendo tesoro dell’esperienza dello scorso autunno, i GC dovranno sviluppare una piattaforma programmatica propria sul tema del diritto all'istruzione, per agire come soggetto autonomo ed organizzato, capace di dare continuità alle lotte e di connettere le istanze studentesche con le altre vertenze;

- la costruzione e l’organizzazione delle mobilitazioni contro il G8, nelle quali sta ai GC il compito di farsi promotori e collettori di un più ampio fronte contestatario e anticapitalista;

Il tutto, a partire dalla rivendicazione della centralità e di una reale autonomia della nostra organizzazione, e ponendo particolare attenzione alla diffusione dell'iniziativa politica non nella sola città di Napoli, ma anche nelle periferie della provincia.

L'attuale situazione emergenziale dei GC ci pone come obiettivo fondamentale quello della tenuta politica della nostra organizzazione. Ma può essere questa un' opportunità fondamentale per operare un profondo rilancio della nostra azione e una riformulazione su basi democratiche dell'elaborazione politica. Riteniamo che i GC possano divenire fautori di una linea politica propria, che stimoli il dibattito tra le differenti sensibilità, configurandosi, soprattutto in questo momento, come il pungolo che, da sinistra, stimoli l'intero Partito a livello federale a rilanciare la propria presenza ed attività nei conflitti. È sulla base di queste considerazioni che crediamo che il nostro dibattito debba concentrarsi sul compito fondamentale di ricostruzione della struttura dei GC e di come ricondurla su un percorso politico democratico, condiviso e partecipato. L’unica strada perseguibile è quella di una gestione politica collettiva che abbia come obiettivo prioritario la riattivazione dei militanti sui territori e una partecipazione quanto più ampia e diffusa possibile al rilancio della nostra organizzazione; riteniamo che a questo scopo corrisponda una precisa modalità organizzativa, che proponiamo di adottare temporaneamente sino alla convocazione della Conferenza nazionale:

- deve innanzitutto darsi l’integrazione del Coordinamento provinciale sulla base di rappresentanze territoriali, per dare voce a quelle realtà che non hanno rappresentanza nonostante vedano la presenza e la militanza di gruppi di GC. Questo allo scopo di restituire al Coordinamento il ruolo che gli è proprio di luogo legittimo e centrale dell'elaborazione politica;

- riteniamo altresì indispensabile che dall’attivo scaturisca l'istituzione di un Organismo di gestione provvisorio e paritetico, composto da un/una Compagno/a per ogni sensibilità di quelle rimaste all'interno del Coordinamento democraticamente eletto nell'ultima Conferenza GC. Nel compito di traghettare la struttura fino alla conferenza, il comitato provvisorio avrà funzioni esecutive ed operative delle decisioni del coordinamento, di stimolo alla discussione politica democratica, di monitoraggio della trasparenza del tesseramento.

Solo ripartendo dalla comune volontà di ricostruire i Giovani Comunisti e dalla necessità della nostra presenza nei conflitti, potremo rimettere al centro la Politica attraverso un percorso condiviso e inclusivo.

Comitato di Gestione GC Napoli

L’attivo dei Giovani Comunisti di Napoli ha stabilito la costituzione di un Comitato di Gestione, in sostituzione del vecchio Esecutivo (uscito dal Partito con la scissione vendoliana). Il Comitato dovrà traghettare l’Organizzazione giovanile del PRC fino alla prossima conferenza nazionale che si terrà entro Dicembre 2009.

I componenti del Comitato di Gestione sono:

Antonio Perillo (circolo di Bagnoli)
Daniele Quatrano (circolo del Vomero)
Pierluigi Foglia Manzillo (circolo di Castellammare di Stabia)
Livio barbagallo (circolo Universitario)
Beniamino Simioli (circolo di Marano)

Lista COMUNISTA e ANTICAPITALISTA




Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc-Se.
Oggi abbiamo presentato il simbolo e dato vita a una lista di sinistra, anticapitalista che unisce quattro forze politiche (Prc, Pdci, Socialismo 2000, Consumatori uniti) in una comune proposta politica per l'Europa.Lo abbiamo fatto e continuereremo a farlo anche attraverso il contributo e le candidature di molti esponenti della sinistra, del mondo del lavoro e sindacale, del movimento femministra e ambientalista, del movimento lgbtq e pacifista. Questa lista, che lavora per un'uscita dalla crisi fondata sulla democrazia economia, sulla giustizia sociale e sulla solidarietà, rappresenterà un importante raggruppamento anticapitalista, comunista, socialista di sinistra, ambientalista in Italia e in Europa, e si ritrova intorno ai valori e ai simboli storici del movimento operaio italiano.


Chi vota la nostra lista saprà da subito dove andranno a sedere i nostri eletti e rappresentanti: nel gruppo del Gue/Ngl e nella Sinistra Europea, e cioè all'opposizione delle politiche liberiste di Maastricht e di Lisbona che hanno prodotto l'attuale devastante crisi economica europea e mondiale, politiche che vengono da molti anni votate e sostenute da tutti gli altri gruppi politici eletti in Europa, dai popolari ai socialisti passando per i liberali. Una vera "grande coalizione" liberista e antipopolare che vede e vedrà unite tutte quelle forze politiche che oggi fanno finta di contrapporsi in Italia, dalla Pdl di Fini e Berlusconi al Pd di Franceschini, passando per Di Pietro e Casini.


Chi vota la nostra lista invece vuole uscire da sinistra dalla crisi in Italia come in Europa da sinistra, tenendo assieme diritti sociali e diritti civili, chiedendo il pieno rispetto delle libertà dell'individuo nel campo sessuale come in quello etico insieme a un forte intervento pubblico in economia e alla nazionalizzazione delle banche, lottando per un'Europa libera, giusta e socialmente avanzata, ma anche per un'Europa neutrale e pacifista in politica estera, non asservita alle politiche della Nato, per una politica di pace e di democrazia.


Il nostro dunque non è un cartello elettorale ma una proposta politica precisa: riteniamo che si possa uscire dalla crisi, in Italia e in Europa, promuovendo più libertà e più eguaglianza, contro le politiche di un governo di destra che invece punta al totale e sfrenato liberismo e deregulation in economia ma che promuove politiche anti-liberali e totalitarie nel campo dei diritti civili.


A tal fine le quattro forze politiche che hanno dato vita a questa lista hanno deciso di riunirsi in un coordinamento che proseguirà anche dopo le elezioni.

Attivo GC

COMUNICAZIONE IMPORTANTE:
Venerdì 26 Marzo ATTIVO dei Giovani Comunisti di Napoli
preso la Federazione Provinciale del PRC sita in via Pasquale Scura, 72
Ore 16:30

E' IMPORTANTE LA PARTECIPAZIONE DI TUTTE LE COMPAGNE E I COMPAGNI!!

Pegolo: "Per una lista anticapitalista e comunista"


Intervista a Gianluigi Pegolo della segreteria nazionale del Prc


A poco più di settanta giorni dall’election day del 6 e 7 giugno prossimi, il processo di costruzione delle liste del Prc, aperte ad altre realtà della sinistra comunista ed anticapitalista, è in pieno svolgimento. Elezioni europee, ma anche amministrative per 4000 comuni e 73 province italiane. Una sfida importante per Rifondazione comunista, ma più in generale per la sinistra nostrana. Proprio in questi giorni sono in corso gli incontri tra le delegazioni dei movimenti, delle associazioni e delle forze politiche interessate a questo processo, ed i tre delegati del Prc, Gianluigi Pegolo, della segreteria nazionale, Ramon Mantovani e Mimmo Caporusso.


Con Pegolo tracciamo il profilo di questa lista elettorale aperta “alle lotte ed alle vertenze del territorio”con la “convergenza di forze comuniste ed anticapitaliste” che si identificano a livello europeo nel Gue. Non di secondaria importanza il tema delle amministrative, dove le eventuali alleanze di centrosinistra si faranno “solo se poggiano su proposte e pratiche di svolta”.


Quello che Rifondazione propone per le europee è semplicemente un cartello elettorale o processo politico più ampio?


Vogliamo dar vita ad una lista che raggruppi forze anticapitaliste e comuniste sulla base di proposte politiche qualificanti e di un’indicazione precisa per quanto riguarda la scelta di adesione ai gruppi parlamentari europei. I nostri eletti aderiranno al Gue e questo è un elemento vincolante. Ovviamente, per quanto riguarda la prospettiva per il futuro, fra le forze coinvolte vi sono progetti politici diversi, ma ciò non fa venir meno la qualità della proposta elettorale che, a nostro giudizio, qualifica questa lista come l’unica vera di sinistra.


Nell’ambito di questa discussione, quali saranno gli interlocutori politici privilegiati?


Abbiamo in corso trattative con il Partito dei Comunisti italiani, con Sinistra Critica e con Socialismo 2000 di Cesare Salvi. Tengo però a precisare che la lista non vuole caratterizzarsi esclusivamente come convergenza di forze politiche.


In che senso?


Nel senso che la nostra intenzione è quella di dare grande spazio all’espressione di movimenti, associazioni e istanze culturali. Vogliamo, insomma, che in questa lista vi sia una forte rappresentanza della società civile protagonista delle lotte in corso, penso a realtà di fabbriche importanti, ed espressioni delle vertenze territoriali. E’ necessario che il patrimonio di lotta di questo Paese abbia una forte proiezione in questo processo.


Qualcuno paventa, però, il rischio di una riedizione dell’Arcobaleno in chiave ristretta. Come scongiurarlo?


Il grande limite dell’arcobaleno è stato quello di dar vita ad una coalizione elettorale priva di una solida base politica. Basti pensare che su tutta una serie di temi vi erano differenze non di poco conto. Mi riferisco alla politica internazionale e allo stesso ruolo dell’Europa. Ma si potrebbero citare altri temi. Accanto a ciò, vi era un’evidente differenza d’idee sui rapporti da tenere col centrosinistra. L’Arcobaleno, inoltre, si presentava con un simbolo sconosciuto e come l’avvio di un processo che azzerava le singole identità e in particolare quella dei comunisti. Che quell’esperimento si sia concluso con un disastro era prevedibile, anche se forse non nella dimensione con cui si è prodotto.


Non tutti però danno questo giudizio…


Quello che è paradossale è che ancor oggi, infatti, qualcuno intende ripercorrere quella strada. Mi riferisco alla lista ‘Sinistra e Libertà’ che, non solo presenta i medesimi limiti dell’Arcobaleno, ma ne aggiunge degli altri.


A cosa ti riferisci?


All’annuncio che gli eventuali eletti al parlamento Ue, entreranno in gruppi diversi. La nostra lista, invece, ha un programma chiaro e alternativo alle politiche sostenute in questi anni in sede europea ed anche simbolicamente avrà un identità forte.


A proposito del simbolo, è stato più volte ripetuto che si “partirà” da quello di Rifondazione. Che significa?


Significa che offriamo agli elettori un riferimento riconoscibile nella quale ci si possa facilmente identificare. Naturalmente, proprio perché puntiamo sulla convergenza più ampia possibile di forze anticapitaliste e comuniste, diamo per scontato che non vi sarà la presentazione integrale del simbolo di Rifondazione perché dovrà essere riconosciuta la partecipazione di altri soggetti.

Sulle amministrative la partita politica è ancora più complessa, soprattutto per quanto riguarda le eventuali alleanze di centrosinistra. Come si muoverà il Prc su quel versante?


L’impegno sulle amministrative sarà molto consistente perché sono coinvolti la maggioranza dei comuni e delle province italiane. Rifondazione in molte realtà faceva parte di coalizioni di centrosinistra e la difficoltà nel riproporle è oggi ancor più evidente alla luce degli slittamenti moderati del Pd. Basti pensare alle aperture all’Udc, agli scivoloni filo-leghisti dei sindaci sceriffi ed al coinvolgimento, soprattutto in alcune realtà, di esponenti del Partito democratico in vicende giudiziarie. Oggi più di ieri, quelle alleanze sono possibili solo se poggiano su proposte e pratiche di svolta. Per questo abbiamo affermato più volte che la nostra base sono i contenuti come vero elemento discriminante. Nel caso in cui non fossero possibili quelle convergenze, daremo vita ad alleanze alternative cercando nei movimenti e nelle altre forze di sinistra i nostri interlocutori.


intervista di Tommaso Vaccaro


E ora la svolta a sinistra anche a Napoli!

A Napoli, nel Partito della Rifondazione comunista, dopo la scissione vendoliana che ha interessato solo ed esclusivamente i gruppi dirigenti, è iniziato un lungo percorso per sostituire i vecchi quadri e il vuoto politico ed organizzativo prodottosi con la loro uscita dal Partito. All’interno del Comitato Politico Federale, si sono così creati due blocchi politici contrapposti, che si differenziavano soprattutto per la proposta politica e per il modo di intendere il Partito. Un blocco composto da una parte dei compagni della seconda mozione insieme ad “Essere Comunisti”, più un altro pezzetto del primo documento caratterizzatosi per l’arroganza con cui si è posto, ma anche per una linea politica, che ha tentato di imporre, in totale sintonia con le scelte della vecchia dirigenza vendoliana e totalmente appiattita su un esasperato istituzionalismo.


Dall’altra parte, invece, un gruppo di compagni composto da un pezzo della minoranza, con una quota del primo documento, tutta la terza mozione (Sinistra comunista e l’Ernesto) e il quarto documento (Falce e Martello), che invece si è distinto per la sua proposta politica di forte discontinuità rispetto al passato e soprattutto a favore di un rilancio reale di Rifondazione comunista, evitando di spaccare il partito sulle personalità contrapposte e parlando di politica. Purtroppo, mentre quest’ultima “grande sensibilità”( pur con tutte le sue differenze interne) continuava a chiedere dialogo e proposte concrete, l’altra rispondeva con comunicati stampa (in uno di questi il nostro segretario nazionale veniva anche descritto come una persona “confusa”) proponendo solo nominativi e spingendo per la partecipazione alle primarie e per costruire l’alleanza col PD per le prossime elezioni provinciali, naturalmente senza specificare le proposte programmatiche sulle quali questa dovrebbe basarsi. Così, tra un CPF e l’altro, è passato quasi un mese, nell’ambito del quale quei compagni sono riusciti soltanto a presentare una candidatura per la segreteria della Federazione, quella del compagno Franco Nappo, naturalmente senza affiancare alla candidatura un documento politico su cui intraprendere una discussione comune. La situazione è rimasta invariata fino a lunedì sera scorso, data in cui è stato convocato l’ultimo Comitato Politico Federale. Con gli interventi che si sono succeduti, tantissimi compagni hanno chiesto espressamente di ritirare qualsiasi candidatura, per evitare di paralizzare il Partito, dichiarando che non era impossibile l’unità (elemento fondamentale, viste le condizioni in cui ci troviamo) se solo si fosse iniziato a parlare veramente di politica. Per rafforzare questo ragionamento si è fatto anche l’esempio dei Giovani Comunisti napoletani che, nonostante le differenze interne, sono riusciti a trovare una sintesi tenendo insieme tutte le sensibilità presenti al loro interno, scrivendo congiuntamente un documento in cui vengono evidenziati alcuni campi di lavoro per rilanciare l’Organizzazione. Purtroppo ogni appello alla responsabilità è caduto nel vuoto, e quei compagni che avevano già in precedenza lanciato la candidatura di Franco Nappo come segretario provinciale, hanno preteso che la proposta fosse messa ai voti. Le votazioni hanno però confermato quello che altri compagni volevano scongiurare, infatti c’è stato un pareggio, con 43 si e 43 no (più un astenuto). Nappo non è stato eletto ed il Partito è risultato spaccato esattamente in due. Dopo le votazioni, in tanti si chiedevano ancora se fosse necessario arrivare alla conta, visto che anche la segreteria nazionale si era espressa in favore di evitare questa soluzione. Purtroppo qualcuno, pur di conservare la propria poltrona, non ha voluto sentire ragioni.


A Napoli, lunedì, è stata evitata una deriva istituzionalista del nostro Partito, ma il lavoro da fare non è ancora finito, perchè dopo aver evitato le svolte a destra è altrettanto necessario iniziare a svoltare a sinistra. E’ ora che anche Napoli venga dato seguito alla svolta stabilita con il congresso di luglio. E’ ora che Chianciano arrivi anche a Napoli.


di Beniamino Simioli - CPF Napoli e Resp. GC Marano
pubblicato anche su http://www.sinistracomunista.it/

Impariamo dagli operai di Pomigliano, ricominciamo dal lavoro

Come era ampiamente prevedibile le conseguenze della crisi del capitalismo neoliberista sono drammatiche. Chi in questi anni ha guadagnato più del dovuto, ora pretende non solo di socializzare le perdite, ma anche di scaricare tutti gli effetti nefasti della crisi sui lavoratori, sui pensionati, sui disoccupati e sulle fasce più deboli della società. In un contesto sociale simile i conflitti aumentano e lo scontro di classe si fa sempre più duro. In quest’ottica si può anche facilmente capire come alcuni provvedimenti assunti dal governo (per fare un esempio, la norma antisciopero) si inseriscono in un disegno più ampio che ha come fine quello di eliminare, o comunque di limitare e indirizzare, il conflitto.

In una situazione generale certamente non positiva, la condizione dello stabilimento Fiat di Pomigliano è particolarmente critica. Operai che hanno sempre lavorato al massimo delle loro possibilità, per un salario che garantiva la sola sopravvivenza, ora vedono concretizzarsi la perdita del loro posto di lavoro, sperimentando sulla propria pelle quanto possa essere feroce e brutale la morsa del capitale. I lavoratori di Pomigliano però non si sono arresi, non sono rimasti immobili di fronte alle parole piene di indifferenza e arroganza del signor Marchionne, che nonostante sia stato considerato a lungo come l’uomo della provvidenza dalla maggioranza delle forze politiche, riesce soltanto a chiedere finanziamenti allo Stato. Gli operai di Pomigliano (con il contributo concreto dei compagni del circolo PRC presente in fabbrica) hanno iniziato la loro lotta e, forse proprio perché non hanno abbassato la testa, è arrivata la repressione, sono arrivate le cariche della polizia, ma neanche questo ha fermato i lavoratori in lotta. Così, tra un picchetto e l’altro, gli operai, insieme al sindacato, hanno organizzato lo straordinario sciopero del 27 Febbraio, che ha portato migliaia di persone nelle strade di Pomigliano, e che ha visto anche la partecipazione del nostro Partito. Nonostante l’ottima riuscita dello sciopero, nessuno si è però fatto illusioni. Ogni singolo lavoratore, qualche istante dopo la conclusione della manifestazione, era ancora più convinto della giustezza della strada intrapresa, ma anche perfettamente cosciente delle difficoltà tutt’altro che superate. Il 5 Marzo anche il nostro segretario nazionale ha sentito la necessità di manifestare la solidarietà e la vicinanza sua e di tutto il Partito, alla lotta dei lavoratori di Pomigliano, partecipando ad un’assemblea con gli operai, organizzata dai compagni del circolo PRC “Fiat Auto-Avio”, in cui era presente anche il segretario generale della FIOM, Gianni Rinaldini. Ferrero è intervenuto in una sala gremita di gente, indicando le soluzioni per uscire dalla crisi, e cioè una vera redistribuzione della ricchezza, l’ampliamento e il rafforzamento degli ammortizzatori sociali, la pretesa che non ci siano licenziamenti, un produzione che possa essere più rispettosa dell’ambiente, non riducendo i posti di lavoro, ma aumentandoli. Naturalmente il segretario ha anche specificato che per raggiungere tali obbiettivi è necessario rompere la cappa di consenso che c’è intorno al governo e mantenere la massima unità tra i lavoratori, sottolineando che Rifondazione deve avere proprio questo compito, essendo parte attiva di ogni conflitto. All’assemblea hanno preso la parola tantissimi operai, ognuno portatore della propria storia personale e perfettamente consapevole della durezza della lotta e della chiara intenzione del governo di scatenare una guerra tra poveri. Proprio per questo, infatti, la totalità degli interventi richiamava all’unità dei lavoratori, precisando che solo così si può vincere.

Ed è proprio guardando Pomigliano e suoi operai che si capisce che è da questo popolo (gli operai e i lavoratori in generale) che il nostro Partito deve ricominciare. Nonostante gli errori commessi, la nostra gente è disposta a darci ancora una possibilità. Non possiamo deluderla ancora.

Beniamino Simioli - CPF di Napoli e Resp. GC Marano